Il Diluvio

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5352157820_a07fd9b5dd_bTutto è iniziato da un uovo. Io ero curiosa, non avevo mai visto un uovo schiudersi e non ricordavo l’ultima volta che avevo visto un Charmander come me: sul vulcano dove vivevamo noi non c’era nessun altro, e attorno al vulcano c’era solo acqua, tanta acqua… Mi era sempre stato detto che sarei stata in grado di andarmene solo una volta avessi imparato a volare. Invidiavo tanto le ali di mamma e papà, loro potevano andare ovunque, mentre io rimanevo da sola al nido, accanto a quell’uovo grosso come me.
Quel giorno ero da sola, mamma e papà non c’erano, non ricordo dove fossero andati. L’uovo iniziò a muoversi e traballare. Mi spaventai, pensai di aver fatto qualcosa di sbagliato o che l’avessi sfiorato e rischiassi di farlo cadere. Intimorita iniziai a girargli attorno, cercando di capire da che parte sarebbe potuto cadere, per evitargli il capitombolo. Girando, notai una crepa… Lo sapevo! Avevo fatto un guaio! Mi arrampicai, un po’ scivolando e a fatica, sopra l’uovo, cercando di mettere la coda e la mia fiamma a coprire quella crepa, non volevo che mamma o papà, tornando, la notassero. Ma poi se ne aggiunse un’altra, che cercai di coprire con una zampa, e un’altra e un’altra ancora. Cos’avevo fatto?! Ero terrorizzata quando il guscio collassò sotto il mio peso e finii addosso a mio fratello. Mi spostai subito, sulla mia pancia c’erano vari pezzetti di guscio e, prima ancora di guardare il mio disastro, iniziai a togliermi di dosso quelli. Quando alzai lo sguardo vidi qualcosa di strano… C’era un Charmander al posto dell’uovo, sì, ma non aveva il mio stesso colore, era più chiaro, giallo… Che fosse colpa mia perchè avevo rotto l’uovo troppo presto? Avrei voluto provare a mettere a posto le cose, in qualche modo, ma non feci in tempo: sopra il nido qualcosa oscurò la luce del sole: papà era arrivato.

Si dimostrò felice di vedere il neonato e nei giorni seguenti, forse a ragione, le attenzioni furono tutte su di lui: non mi lasciarono più sola con mio fratello, c’era sempre o mamma o papà assieme a noi. In quei giorni, la sua nascita non fu l’unica novità, poche ore dopo la sua nascita, il cielo cominciò a rannuvolarsi. Da che ho memoria, quella fu l’ultima volta che vidi il sole. Tempo dopo la fiamma sulla coda di mio fratello si fece più forte, tutti pensammo fosse un bene, ma a quel rinvigorirsi corrispose l’inizio della pioggia. Prima poche gocce, poi sempre di più e sempre di più, fino ad un vero e proprio diluvio. Fummo costretti a trovarci un altro nido.
Mamma e papà ci raccomandarono di tenere sempre al riparo le nostre code, ci dissero che avremmo dovuto fare l’impossibile perchè la nostra fiamma non si spegnesse, sebbene rimasero molto vaghi sul perchè. Il nostro nuovo nido si trovava all’interno della bocca del vulcano, in una nicchia della roccia: eravamo al sicuro dalla pioggia, al caldo, e il vapore dell’acqua che scendeva sulla lava pochi metri più in basso faceva un bel rumore. Ci piaceva tanto stare ad ascoltarlo, ogni volta sembrava una musica diversa. Mamma e papà uscivano sempre più di rado, ma tornavano con espressioni ogni giorno più preoccupate. Ogni tanto io cercavo di sporgermi dal nido, per vedere se il sole era tornato, ma fra la pioggia che cadeva, il bianco del vapore e il nero delle nuvole, l’unica cosa luminosa erano i fulmini che di tanto in tanto sconquassavano l’aria e facevano sobbalzare me e mio fratello.
Non so per quanto tempo restammo lì, non c’era una grande differenza fra giorno e notte ed era difficile capire il tempo che scorreva. Il nido era piccolo per noi quattro, e molto umido… Scoprimmo più avanti che tutta quest’acqua non era una buona combinazione con la roccia.
Credo fosse una notte, stavamo dormendo quando sentimmo un boato, diverso da quello dei fulmini. Ci svegliammo tutti. Mamma e papà erano così preoccupati; mamma uscì dal nido e sentimmo un forte ruggito. Poi null’altro. Papà la seguì a ruota. Dopo appena un paio di minuti tornò da noi, non ci disse nulla, se non di tenere forte le nostre code. Ci prese fra le zampe, tenendoci stretti stretti, e per la prima volta volammo. Sotto di noi il vulcano collassò su se stesso: l’acqua si era infiltrata fra le crepe, indebolendo la roccia fino a ridurla in pezzi non più in grado di tenersi su da soli. Volammo lontano. Dopo di allora non vedemmo più il nostro nido. Nè la mamma.
Atterrammo dopo molto tempo, quando ormai il respiro di papà era affannato. Eravamo in una foresta, pioveva sempre a dirotto e non c’era un nido, nè un riparo per noi. Ancora io e mio fratello tenevamo ben strette le nostre code. Chiunque ci vedesse, guardava male mio fratello, bisbigliando qualcosa riguardo il suo colore e riguardo le sventure che questo stava portando. Ci fermammo in mezzo a quella foresta, papà si raggomitolò, tenendo un’ala a coprire noi due e la sua coda. La fiamma era più piccola di quanto non l’avessi mai vista, era grossa a malapena come la mia. Quando mio fratello si addormentò, io chiesi a papà se era colpa del suo colore strano quella pioggia senza fine. Lui sospirò, mi ordinò stancamente di non fare mai più una domanda del genere e di non ascoltare i bisbigli degli sconosciuti.
I giorni e le azioni si ripetevano all’infinito: volavamo tenuti da papà, e ci fermavamo a dormire sotto la sua ala, e ancora e ancora e ancora. Lui era sempre più stanco e la sua coda sempre più piccola. A ripensarci credo non abbia più dormito da quando abbiamo lasciato il nido. Un giorno, mentre stavamo dormendo, l’ala di papà cadde su di noi. Svegliati di soprassalto, borbottammo qualcosa. Quell’ala era così pesante, ci volle un po’ prima di riuscire ad uscirne da sotto. Sulla sua coda non c’era più alcuna fiamma. Non sapevamo che volesse dire, pensavamo si fosse finalmente addormentato, tornammo quindi sotto la sua ala, felici che si stesse riposando.
Quando ci svegliammo, papà era ancora immobile, senza la fiamma sulla sua coda. Cercammo di svegliarlo, lo spintonammo e lo tirammo, ma nulla. Doveva essere davvero molto stanco… Decidemmo di non disturbarlo oltre e di rimanere buoni buoni finchè non si fosse svegliato. Passò forse un altro giorno, quindi si avvicinò a papà un Charmaleon: io e mio fratello non ne avevamo mai visto uno. Disse qualcosa, come se ne avesse già visti altri come papà, addormentati così. Allora c’erano altri come noi! Uscii da sotto l’ala, e il Charmaleon si stupì.
<<Cosa ci fai ancora qui?>>
Non capii. Quel Charmaleon si prese gioco di me, dandomi della stupida, che papà tanto non si sarebbe mai più svegliato, ormai era morto. Sentendo questo, da sotto l’ala uscì anche mio fratello. Il Charmaleon rabbrividì balbettando qualcosa. Secondo lui era di mio fratello la colpa di quel diluvio perpetuo. Io non volevo crederci, mi arrabbiai molto e mi scagliai contro quello stupido Charmaleon. Mentre lo attaccavo, qualcosa in me cambiò: ero più grande, più forte e la fiamma sulla mia coda era più forte. Anch’io ero diventata una Charmaleon. Non durò a lungo lo scontro, ben presto l’altro si diede alla fuga, urlando che se fossi rimasta con mio fratello, ben presto sarei morta anch’io.
Io non ci ho creduto e non ci credo tutt’ora. Ancora oggi io e mio fratello siamo insieme, a me sono finalmente cresciute le ali, mentre lui è ancora un Charmander dallo strano colore giallo, ancora oggi piove, e da quel giorno, spostandoci di grotta in grotta, di foresta in foresta, di isola in isola, cerchiamo di evitare altri pokèmon che potrebbero attaccarci o additare mio fratello. Ne abbiamo trovati tanti con la coda spenta, ma sappiamo che un giorno la pioggia finirà e tutto tornerà come prima.

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Idea originale con spunto preso dalle voci pokèdex su Charmander delle versioni Rosso Fuoco e Y ((Dalla nascita una fiamma gli arde sulla punta della coda. Se si spegnesse, per lui sarebbe la fine.)). Il prossimo racconto sarà su un pokèmon a vostra scelta, senza restrizione di generazione o altro. Commentate con la vostra preferenza ^v^
Spero che questo racconto vi sia piaciuto, buon tutto a tutti ^v^
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